Due anni con le attenuanti generiche e pena sospesa per l’ex direttore generale Dario Rizzi e la ex dipendente Adrijana Vasiljevic per bancarotta distrattiva, prescrizione per l’ex sindaco ed ex senatore Antonio Azzollini, e assoluzione con varie formule per gli altri ex direttori generali Antonio Albano e Giuseppe D’Alessandro (avvocato Mario Malcangi), i consulenti Antonio Battiante (avvocato Michele Laforgia e Tommaso Barile) e Rocco Di Terlizzi, e per suor Assunta Puzzello. È l’esito del processo di appello per il crac della Divina Provvidenza di Bisceglie, l’ex istituto ecclesiastico finito in amministrazione straordinaria con quasi 500 milioni di debiti. Una vicenda che nel 2015 portò all’esecuzione di dieci misure cautelari e al sequestro di 10 milioni di euro.
Azzollini, all’epoca dei fatti presidente della commissione Bilancio del Senato, nel 2020 era stato condannato in primo grado a un anno e tre mesi per concorso in bancarotta semplice ma erano cadute altre ipotesi.
Nei suoi confronti Palazzo Madama aveva respinto la richiesta di autorizzazione a procedere, e l’ordinanza di arresti domiciliari era poi stata annullata dalla Cassazione. Il Tribunale aveva anche trasmesso in Procura le carte relative alle dichiarazioni di due testimoni, padre e figlio, ritenuti i grandi accusatori di Azzollini di cui avevano riferito (non creduti) le frasi intimidatorie per ottenere assunzioni e appalti.
La Corte d’appello (Terza sezione, presidente Rosa Calia di Pinto) ha rilevato la prescrizione dell’accusa di bancarotta semplice che riguardava oltre che Azzollini pure Rizzi e l’ex consulente Battiante (che all’epoca era finito in carcere). Gli imputati rispondevano, a vario titolo e secondo le rispettive responsabilità, di bancarotta e induzione indebita.
Assoluzione piena per Assunta Puzzello, suor Consolata, che era economa e guidava la Casa di procura, condannata in primo grado a 7 anni per quattro distinte ipotesi di bancarotta fraudolenta e documentale: nella ricostruzione dell’epoca (affidata alla Finanza dai pm Francesco Giannella e Silvia Curione della Procura di Trani) la religiosa avrebbe contribuito a occultare i beni distratti ai creditori.
«La Corte - dicono i suoi difensori, Roberto Eustachio Sisto e Francesco Morelli (Studio Fps) - ha posto rimedio alla sentenza di primo grado che aveva inspiegabilmente condannato suor Assunta. La decisione certifica che la nostra assistita è persona - non solo - moralmente integerrima, nonostante le tante umiliazioni subìte».
L’indagine era partita nel 2012 come stralcio di un fascicolo del pm Ettore Cardinali relativo al mancato pagamento di prestazioni sanitarie. La Procura di Trani chiese quindi il fallimento dell’opera Don Uva, che rispose chiedendo l’ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria. Dalle indagini emersero sprechi milionari e assunzioni inutili in «un vero e proprio centro di potere e clientelare», ma anche flussi di denaro drenati dall’ente ecclesiastico e spostati altrove per sottrarli ai creditori.
La Corte d’appello ha revocato le statuizioni civili a partire dai sequestri disposti all’epoca nei confronti della congregazione: si tratta dei 28,7 milioni liquidi e di un immobile da 1,9 milioni a Guidonia che tornano all’amministrazione straordinaria potranno essere utilizzati per il pagamento dei creditori, a partire dai privilegiati.
Sei imputati (Battiante, Di Terlizzi, Rizzi, Toscani e Vasiljevic) pagheranno le spese legali all’amministrazione straordinaria (rappresentata dall’avvocato Bartolo Cozzoli) costituita parte civile.